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TIBET RACCOLTA FIRME: solidarietà ai prigionieri politici, ecco i moduli

by willyna on maggio 30th, 2012

filed under CAMPAGNE UMANI, TIBET

Quattro moduli per raccogliere firme per una petizione che aiuti alla liberazione di quattro prigionieri politici.

La locandina in foto riguarda la manifestazione di aprile a Milano ma in questo post pubblico i 4 moduli da compilare con nome e cognome tuoi e di tutti i tuoi amici e conoscenti, da inviare poi all’Associazione Italia Tibet che provvederà ad inoltrarli. Hai tempo fino e tassativamente entro fine giugno. Puoi inviare tramite email al sito oppure all’indirizzo:

Associazione Italia-Tibet
Via Pinturicchio 25
20133 Milano
Petizione per la liberazione di :
– XI Panchen Lama: nato il 25 aprile 1989 e rapito nel 1995, all’età di 6 anni, dopo il suo riconoscimento da parte del Dalai Lama come reincarnazione del X Panchen Lama, fu all’epoca definito da Amnesty International “il più giovane prigioniero politico del mondo”. Non si hanno più sue notizie. Il 25 aprile compirà 23 anni.
– Tenzin Delek Rinpoche: condannato all’ergastolo il 7 aprile 2002 con l’accusa di aver compiuto attività separatiste, ha sempre protestato la sua innocenza. E’ in carcere da 10 anni.
– Dhondup Wanchen: regista tibetano arrestato nel 2008 per aver girato un filmato in cui intervista i suoi connazionali sulla situazione del Tibet occupato. E’ in carcere da 6 anni.
– Jigme Guri: assistente del regista Dhondup Wanchen, arrestato e torturato nel 2008, è stato nuovamente arrestato nel gennaio 2011 per aver denunciato in un video le torture che gli erano state inflitte. E’ accusato di attività separatiste.
Puoi scaricare i moduli, inizia con i tuoi dati (nome, cognome e indirizzo) e la tua firma, fai girare magari sui socialnetwork e dai un contributo importante per il rispetto dei diritti civili e fondamentali di quattro anime colpevoli solo di essere tibetani, di rifiutare l’occupazione militare cinese, di chiedere per il popolo tibetano il diritto all’autodeterminazione e il rispetto dei fondamentali diritti civili, di chiedere e divulgare la verità.
Tenuto conto che una delle ultime notizie di circa metà maggio di quest’anno è che è reiniziata la campagna (una delle tante) di rieducazione patriottica in tibet da parte delle autorità cinesi.
Cito testualmente queste due righe dal comunicato ufficiale che riassumono i metodi:
“Gruppi di lavoro stazionano permanentemente nei monasteri, i normali corsi di religione sono aboliti e sostituiti con sessioni di educazione legale condotte dai gruppi di lavoro governativi”
Dettagli sul sito Italia Tibet alla pagina RIPRENDE LA CAMPAGNA DI RI-EDUCAZIONE PATRIOTTICA E LEGALE NELLA “REGIONE AUTONOMA”
Per tua curiosità o se vuoi conoscere meglio il Dalai Lama, la sua storia e quella del Tibet puoi anche visitare il mio blog www.leggerelibri.altervista.org alla categoria DALAI LAMA – TIBET

TIBET, a che punto siamo: ai tibetani non rimane che immolarsi, darsi fuoco

by willyna on febbraio 14th, 2012

filed under CAMPAGNE UMANI, TIBET

Puoi scaricare il poster gigante a questo link

http://www.italiatibet.org/images/stories/istituzionale/Tibet_novembre_2011.pdf

Cosa rimane da fare per ricordare al mondo la causa tibetana?, solo fatti eclatanti, e a volte nemmeno quelli, ricordano al civilissimo mondo occidentale che in Tibet si muore per la libertà, che da 60 anni il regime cinese uccide e tortura i tibetani e occupa militarmente, e illecitamente, e priva dei fondamentali diritti umani, nel totale disinteresse generale, un popolo intero, in 60 anni ha trasformato un paradiso in terra in discarica nucleare.

Ai tibetani non rimane che “darsi fuoco”, nella speranza che almeno questo attiri l’attenzione del mondo.

Immolazioni di febbraio 2012:

5 febbraio 2012.Venerdì 3 febbraio altri tre monaci tibetani si sono dati foco a Phuwu, un villaggio a 145 chilometri da Serthar. Uno di loro è morto, due sono sopravvissuti. La notizia è arrivata ai media e alle agenzie dopo oltre ventiquattro ore dall’accaduto a causa del blocco delle comunicazioni imposto dalle autorità cinesi dopo la sanguinosa repressione delle proteste avvenute la scorsa settimana nella regione orientale del Sichuan (nella foto, un tibetano picchiato a Serthar, il 24 gennaio, e – nella foto successiva – trascinato via ormai privi di sensi dalle forze di polizia).

tibetano_picchiato_Serthar2jpg

Riferisce Radio Free Asia che due dei tre monaci autoimmolatisi sono sopravvissuti, anche se versano in gravi condizioni. Sono Tsaptsai Tsering, sessant’anni, e Kyarel, trent’anni. Non è ancora pervenuta l’identità della terza persona che si è data fuoco e che, secondo quanto riferisce l’emittente, è deceduta. Prima di darsi fuoco i tre tibetani hanno invocato il ritorno del Dalai Lama e chiesto libertà per il Tibet. Sale quindi purtroppo a venti il numero degli eroi tibetani che si sono immolati con il fuoco.

La contea di Serthar assieme a quelle di Drango e di Dzamthang (o Bharma Shang), tutte nella prefettura di Kardze, è stata teatro tra il 23 e il 27 gennaio di numerose manifestazioni di protesta represse con estrema violenza dalla polizia cinese che non ha esitato a sparare sulla folla inerme. Secondo le ultime notizie pervenute, sarebbero almeno sei i tibetani caduti sotto i colpi d’arma da fuoco. I media cinesi riferiscono invece che solo due manifestanti sono stati uccisi dalla polizia locale costretta a intervenire per difendersi dall’assalto dei tibetani armati di fucili, coltelli e pietre.

Tibetano_Yonten_DrangoL’ondata di proteste è partita da Drango dove, il 23 gennaio, è morto Yonten, freddato dalla polizia che ha sparato sulla folla (nella foto, il suo corpo privo di vita). Il giorno successivo, 24 gennaio, la protesta è esplosa a Serthar (due i tibetani uccisi, Popo, trentacinque anni, e Dawa Dakpa, poco più che trentenne). Il 27 gennaio, nuovi scontri a Dzamthang dove è caduto Urgyen, uno studente ventenne. Almeno cento gli arresti effettuati a Drango dove sono stati arrestati anche sessanta tibetani feriti dai colpi d’arma da fuoco sparati sui manifestanti. Dopo gli ultimi tre casi di auto immolazione, la contea e la città di Serthar sono praticamente in stato d’assedio, sono state interrotte le linee telefoniche e le connessioni internet. Tutte le strade sono state bloccate.

Fonti: Radio Free Asia – Phayul

Dharamsala, 8 febbraio 2012. È giunta notizia di un altro caso di auto immolazione. Il nuovo episodio, il ventunesimo dal marzo 2011, è avvenuto nelle vicinanze della scuola primaria di Ngaba, alle ore 18.30 locali. “Un tibetano si è dato fuoco gridando slogan contro il governo cinese”, ha riferito un tibetano appartenente al monastero di Kirti in India citando un suo contatto all’interno della regione. Secondo testimoni oculari sembra che trattarsi di un monaco, ma ancora non si hanno notizie precise sulla sua identità.

“È stato immediatamente portato via dalla polizia e dai soldati e al momento non sappiamo dove sia e quali siano le sue condizioni”, riferisce la fonte all’interno del Tibet.

La notizia del nuovo caso di auto immolazione arriva nel giorno in cui i tibetani della diaspora, rispondendo all’appello del governo di Dharamsala, manifestano in questo giorno di fronte alle ambasciate cinesi in tutto il mondo e organizzano fiaccolate e veglie di preghiera in segno di solidarietà con i compatrioti. La scorsa settimana, il Primo Ministro Lobsang Sangay aveva invitato i tibetani in esilio a manifestare, il giorno 8 febbraio, “per far sapere alla Cina che la violenza e l’uccisione di tibetani innocenti sono inaccettabili”.

“La violenza e le uccisioni non riporteranno stabilità in Tibet” – aveva dichiarato Lobsang Sangay. “La soluzione della questione tibetana e una pace durevole saranno possibili soltanto se saranno rispettati i diritti umani del popolo tibetano e attraverso il dialogo”. Aveva inoltre chiesto alla comunità internazionale di levare la propria voce a sostegno dei diritti fondamentali dei tibetani e, rivolto alle Nazioni Unite, aveva auspicato l’invio in Tibet di una delegazione in grado di accertare i fatti e il libero accesso al paese degli organi di informazione.

“Udiamo il vostro grido in modo forte e chiaro”, aveva detto Lobsang Sangay rivolgendosi ai tibetani in Tibet. “Vi chiediamo di non cedere alla disperazione e di astenervi da atti estremi”. “Sentiamo il vostro dolore e non lasceremo che i vostri sacrifici siano vani, siete nei nostri cuori e nelle nostre preghiere tutti i giorni”.

Sulla stessa linea anche le parole della signora Dicki Chhoyang, Ministro delle Informazioni e Relazioni Internazionali. “Atti estremi, quali le auto immolazioni, non sono soltanto un segnale di protesta ma esprimono il rifiuto del protrarsi dell’occupazione e delle politiche repressive del governo cinese”, si legge in un comunicato stampa del 6 febbraio. Dopo aver ringraziato i gruppi di sostegno al Tibet e i governi stranieri che in questo difficile momento hanno manifestato la propria preoccupazione per la situazione in Tibet, la signora Chhoyang si è rivolta alla dirigenza di Pechino: “Chiediamo al governo cinese di accogliere le richieste dei tibetani perché questa è l’unica via per porre fine alle crescenti tensioni nella regione e al confronto che da tempo contrappone il popolo del Tibet e il governo cinese”. Ha quindi invitato tutti i tibetani in esilio a partecipare alle manifestazioni e alle veglie del giorno 8 febbraio.

Sull’argomento è intervenuto con un lungo comunicato anche Ogyen Trinley Dorje, il XVII Karmapa Lama. Precisando che, essendo tibetano, “le sue parole sono dettate da un sentimento di grande simpatia e affetto per il suo popolo”, il Karmapa ha detto tra l’altro: “Le dimostrazioni e le auto-immolazioni dei tibetani sono un sintomo di profonda, ma non riconosciuta, insoddisfazione. Se ai tibetani fosse data un’opportunità reale di condurre le proprie vite come vogliono, preservare il proprio linguaggio, religione e cultura, non dimostrerebbero mai e tanto meno sacrificherebbero le proprie vite”. “Chiedo alle autorità di Pechino di guardare al di là della parvenza di benessere vanto dei dirigenti locali. Riconoscendo il reale disagio che vivono i tibetani e assumendosi la piena responsabilità di cosa accade in Tibet, le autorità potrebbero mettere una vera base per costruire fiducia reciproca fra tibetani e cinesi”. “Invece di trattare questa questione come un caso di opposizione politica, sarebbe più efficace se le autorità iniziassero a trattarla come una questione di benessere umano di base”. “In questi tempi difficili, mi appello con forza ai tibetani in Tibet: rimanete sinceri con voi stessi, mantenete la vostra equanimità nonostante le difficoltà e concentratevi sul lungo periodo”. “Tenete sempre a mente che le vostre vite hanno un grande valore, come esseri umani e come tibetani. Mentre si avvicina il Nuovo anno tibetano, prego affinché i tibetani, i nostri fratelli e sorelle cinesi e i nostri amici e sostenitori in India e in tutto il mondo possano trovare la felicità durevole e la vera pace. Possa il Nuovo anno aprire un’era di armonia, caratterizzata dall’amore e dal rispetto reciproco e per la terra, la nostra casa comune”.

Le proteste in Tibet

Sono proseguite i giorni scorsi in Tibet le manifestazioni di protesta. Sabato 4 febbraio, a Wonpo, una cittadina della regione di Dzachukha, nel Tibet orientale, un gruppo di tibetani, saliti sul tetto di una scuola, ha sostituito la bandiera cinese con quella tibetana. L’intera zona è sotto stretta sorveglianza, negozi e ristoranti sono chiusi ed è stato proibito alle persone di spostarsi liberamente.

Domenica 5 febbraio le forze di sicurezza cinesi hanno arrestato quattro tibetani che avevano pacificamente dimostrato di fronte alla stazione di polizia di Dzatoe-Khangmar, nella regione tibetana del Kham. I tibetani chiedevano l’indipendenza del Tibet e il ritorno del Dalai Lama.

È di ieri l’ennesima presa di posizione delle autorità cinesi di fronte al dilagare delle proteste. Liu Weimin, un portavoce del Ministero degli Esteri cinese, ha dichiarato che “il governo cinese soffocherà in modo risoluto ogni tentativo di invito alla violenza o di minaccia all’unità e all’integrità nazionale”. Le accuse di Liu erano rivolte agli attivisti in esilio e allo stesso Dalai Lama. “Riteniamo che le manifestazioni siano state organizzate e orchestrate da qualcuno che agisce dietro le quinte” – ha affermato il portavoce che ha proseguito accusando il Tibetan Youth Congress di aver dato inizio a una campagna di raccolta – firme in cui si chiede ai tibetani di essere pronti ad auto immolarsi in luoghi e momenti diversi.

Nuova dichiarazione di Lobsang Sangay

– Dharamsala, 8 febbraio 2012. “Centinaia di mezzi carichi di personale militare dotato di  fucili automatici si stanno dirigendo verso il Tibet” – ha dichiarato oggi il Primo Ministro Lobsang Sangay. “Temiamo che il governo cinese si appresti a compiere qualche azione con tragiche conseguenze”. “È tempo che gli Stati Uniti e le nazioni europee intraprendano azioni concrete e chiedano l’invio in Tibet di rappresentanti per investigare sulla realtà dell’escalation militare, sulle ragioni della repressione, le morti, le torture e le auto immolazioni”.

Fonti: Phayul – TibetNet

Dharamsala, 12 febbraio 2012.

Tutto il Tibet orientale è infiammato da un’ondata di manifestazioni e proteste spontanee che ormai si succedono quotidianamente. In questo clima di crescente e ormai irrefrenabile tensione dobbiamo purtroppo dare notizia di altri due casi di auto immolazione: una giovanissima monaca si è data fuoco ieri, 11 febbraio, a Ngaba, a pochi giorni di distanza dall’immolazione di un monaco che ha cercato di darsi la morte il giorno 9 febbraio nella prefettura di Keygudo, contea di Tridu, nella regione del Qinghai.

La monaca, Tenzin Choedron (nella foto), di soli diciotto anni, appartiene al monastero di Mamae Dechen Choekhorling, di Ngaba, lo stesso al quale apparteneva Tenzin Wangmo, la religiosa ventenne che si era data fuoco lo scorso 17 ottobre. Alle ore 18.00, ora locale, Tenzin, gridando frasi di protesta contro il governo cinese, si è cosparsa di benzina ed è stata avvolta dalle fiamme. Testimoni oculari hanno riferito che non è immediatamente morta sul luogo dell’immolazione. Il personale di sicurezza cinese ha caricato la giovane su un furgone che si è diretto, presumibilmente, verso Barkham. Le forze armate cinesi hanno circondato il monastero, situato a circa tre chilometri da Ngaba, e ne hanno impedito l’accesso.

Il giorno 8 febbraio, Sonam Rabyang, un monaco non ancora quarantenne, si è dato fuoco nel primo pomeriggio a La, una cittadina della contea di Tridu, nella prefettura autonoma di Keygudo, Yulshul in lingua mandarina, teatro lo stesso giorno di un’imponente manifestazione di protesta. Le sue condizioni sono gravi. Come precedentemente riportato, quattrocento monaci del monastero Dzil Kar hanno dato inizio alla protesta subito affiancati da migliaia di tibetani laici non appena il personale di sicurezza cinese ha tentato di fermarli. Le proteste sono continuate per tre ore. I monaci reggevano striscioni in cui si chiedeva il ritorno del Dalai Lama e la liberazione dei prigionieri politici, compreso l’XI Panchen Lama.

Il giorno 8 febbraio la protesta è esplosa anche nella vicina Nangchen. Circa cinquecento di tibetani, seduti per terra, hanno dato inizio alla recitazione di un’antica preghiera tibetana, il “Ghangri Rawae”, che rende omaggio all’identità nazionale tibetana e auspica lunga vita al “regno del Dalai Lama”. Un breve video diffuso da Voice of America, mostra i tibetani che, vestiti in abiti tradizionali, cantano, mangiano la tsampa e augurano lunga vita al leader spirituale tibetano. Nella seconda parte del video, i tibetani lanciano in aria la tsampa in segno di offerta e gridano “Ki hi hi”, il tradizionale incitamento alla guerra. Alcuni chiedono il ritorno dall’esilio del Dalai Lama, altri gridano “vittoria al Tibet”.

Sale a tre il numero dei tibetani che si sono dati fuoco tra l’8 e l’11 di questo mese, ventitré dal marzo 2011. Nel paese vige una legge marziale di fatto. Si contano almeno una dozzina di morti caduti sotto i colpi d’arma da fuoco della polizia intervenuta con la forza per sedare le recenti manifestazioni di massa. Si temono purtroppo nuovi spargimenti di sangue e nuove violenze.

Fonti: Phayul – Global spin.blog.time

Il breve video di Voice of America è visibile al sito:

http://www.voanews.com/templates/widgetDisplay.html?id=139021729&player=article

 

13 febbraio 2012.Mentre stavamo per dare notizia della morte di Tenzin Choedron, la diciottenne monaca immolatasi a Ngaba il giorno 11 febbraio, abbiamo appreso dal gruppo londinese Free Tibet dell’auto immolazione di un altro giovanissimo monaco, Lobsang Gyatso, di soli diciannove anni. Lobsang, che apparteneva al monastero di Kirti, si è dato fuoco a Ngaba alle ore 14.00, ora locale. Le forze di sicurezza cinesi hanno spento le fiamme e, mentre lo trascinavano via, lo hanno picchiato. Non si conoscono ancora le sue condizioni né dove sia stato portato.

Lobsang, è il secondo teenager a darsi fuoco nell’arco di tre giorni. Originario della città di Cha, era uno degli studenti più brillanti del suo corso. Due giovani tibetani, presenti sulla scena dell’immolazione, sono stati picchiati dalla polizia. Uno è riuscito a fuggire grazie all’aiuto di alcuni passanti ma il secondo è stato fermato. Testimoni oculari riferiscono che sanguinava copiosamente. Attorno a Ngaba sono stati rafforzati i posti di blocco e in tutta l’area è in atto una vera e propria caccia all’uomo. Secondo notizie filtrate dal Tibet, il numero delle immolazioni è destinato ad aumentare: sono infatti in molti, laici e monaci, i tibetani pronti a morire per la libertà del Tibet. È quanto ha affermato Lobsang Yeshe, un monaco del monastero di Kirti in esilio, che in un’intervista rilasciata al sito tibetano Phayul ha parlato di “un punto di non ritorno”.

“Sono molti i tibetani pronti a darsi fuoco nelle prossime settimane”, ha dichiarato Lobsang Yeshe. “Anche i genitori e i parenti di quanti si sono auto immolati non si dicono rattristati o dispiaciuti, al contrario affermano di essere fieri del coraggio che i loro congiunti hanno mostrato nello sfidare il governo cinese e le sue politiche repressive”.

Sabato 11 febbraio, circa duecento persone hanno dato vita a una manifestazione di protesta nella piazza del mercato di Jyekundo, nell’omonima prefettura autonoma. Le forze di sicurezza hanno circondato e chiuso la piazza e alcuni dimostranti sono stati arrestati. Ma il giorno seguente, 12 febbraio, un numero ancora maggiore di tibetani si è riunito in un diverso punto della città, piazza Gesar. La situazione a Jyekundo è molto tesa e alla gente è vietato lasciare la città. Ad alcuni è impossibile perfino girare per le strade.

A Lhasa, molti tibetani tornati dall’India dopo aver preso parte all’iniziazione di Kalachakra sono trattenuti in locande ed alberghi. Non è loro consentito alcun contatto con l’esterno ed è stato loro comunicato che lo stato di isolamento si protrarrà almeno fino al mese di aprile.

Il 9 febbraio, Chen Quanguo, capo del Partito della Regione Autonoma, ha ordinato a tutti i responsabili della sicurezza di “riconoscere la gravità della situazione” e di essere pronti “a una guerra contro il sabotaggio secessionista”. “La battaglia contro la cricca del Dalai Lama sarà lunga, complicata e talvolta anche violenta”.

Lo sgomento dei tibetani in esilio

Con il perdurare dell’ondata di auto immolazioni, i tibetani in esilio dichiarano di sentirsi scioccati e di nessun aiuto per non essere in grado di alleviare le sofferenze dei compatrioti all’interno del Tibet. “Non ho mai pianto in vita mia, nemmeno quando sono mancati i miei genitori, ma in questi ultimi mesi ho pianto molto”, ha dichiarato un giovane tibetano nel corso di un convegno organizzato dal Tibetan Youth Congress. “Le mie lacrime non sono solo dettate dal dolore ma anche dallo sconforto per non poter far nulla per i miei fratelli e sorelle in Tibet”, ha aggiunto.

Lo stesso senso di impotenza ha accomunato molti dei presenti. Altri hanno criticato l’Amministrazione Centrale Tibetana, colpevole di aver deluso le aspettative dei tibetani all’interno del Tibet. “Sono stanco delle fiaccolate su e giù per McLeod Ganj”, ha detto un altro tibetano. “È ora di organizzare campagne più forti e decise in grandi città oppure di riproporre la Marcia per il Tibet, come nel 2008”. È stato chiesto alla gente di dare suggerimenti e mettere per iscritto le proprie idee. “Dove siete voi del Tibetan Youth Congress e di Students for a Free Tibet? Per favore, mettetevi alla testa dei tibetani” – si leggeva in un messaggio.

Soepa, un attivista del movimento, ha dichiarato che è in preparazione qualcosa di veramente importante e significativo. “Ancora non conosco il dettagli” – ha affermato – ma stiamo organizzando qualcosa di concreto, forse entro questo stesso mese”.

Fonti: Free Tibet – Phayul – ITN

Ogni commento è superfluo, mentre i nostri ragazzi stuprano fuori dalle discoteche perché strafatti di droghe e alcool, in Tibet i ragazzi, monaci e non, si danno fuoco per la libertà di un popolo, per garantire una vita decorosa e rispetto dei diritti umani, perché i cinesi lascino libero il Tibet occupato illecitamente. E non dimentichiamo tutti gli esseri umani (tibetani e non) ancora rinchiusi e sistematicamente torturati e uccisi negli oltre 1500 Laogai (campi di concentramento cinesi attivissimi ancora oggi). Ricordiamo i morti e soprattutto ricordiamoci dei vivi, aiutiamoli partecipando alle campagne che altri organizzano per noi.

Aderisci e partecipa ai vari APPELLI URGENTI sul sito no profit ITALIA TIBET

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AGGIORNAMENTI TIBET E TEMATICHE RILEVANTI

by willyna on dicembre 4th, 2011

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SE UNDICI MORTI VI SEMBRAN POCHI…

Darsi fuoco per il Tibet: il grido di dolore e l’indifferenza del mondo
Drammatico quanto sta accadendo nel Tibet Orientale, nella Provincia di Ngaba ed attorno e dentro il monastero di Kirti. Sono già undici giovani tibetani di età compresa tra i 16 e i 20 anni, fra cui due ragazze, che si sono cosparsi di benzina e si sono dati fuoco per protestare contro l’occupazione cinese in Tibet. Lo hanno fatto nella quasi totale indifferenza dei media, dei governi, dei partiti politici. Gesti eroici e tragici che possono essere solo il frutto di una disperazione e una esasperazione che denunciano chiaramente le menzogne della propaganda cinese sulla situazione del Tetto del Mondo. (nella immagine: monache accorrono al ponte di Sumdho dove si appena data fuoco Tenzin Wangmo, monaca ventenne appartenente al monastero di Mamae Dechen Choerkorling, di Ngaba).

Per seguire le vicende del Tibet www.italiatibet.org o su FB il gruppo Torce Umane.

Il 10 Dicembre a Milano, in Via Benaco 4, davanti al consolato cinese alle 14.30, ci saremo anche noi. Per chiedere pacificamente il rispetto dei diritti umani anche in Tibet.

 

 

NUOVA PROVA DI FORZA FRA CINA ED INDIA SUL CONFINE TIBETANO?

Nel 1996, in occasione delle celebrazioni dei mille anni dalla fondazione do quello scrigno che è il monastero di Tabo (Spiti, HP), l’India propose alla Cina l’apertura del confine e l’uso della strada da Leh al Kailash. I cinesi risposero che il percorso era impraticabile. Quindici anni dopo, la strada fra Rutok e Demchok, posto di confine nel sud-est del Ladakh, è perfettamente agibile dal lato tibetano mentre è ancora disagiata da lato indiano. Mentre ai Ladakhi il governo centrale indiano vieta l’ampliamento del villaggio (c’è solo un grande edificio costruito per ospitare un emporio, ma mai messo in funzione) i cinesi hanno costruito numerosi edifici, una torre di osservazione. Clicca sulla immagine o qui per vedere il servizio della CNN-IBN su questo posto di confine descritto anche da Tucci. Nei mesi di ottobre e novembre, elicotteri cinesi sono entrati in territorio indiano per distruggere i bunker da loro costruiti nella guerra del 1962 e poi abbandonati, suscitando le ire della stampa e dei nazionalisti indiani e le preoccupazioni dei Ladakhi.