IL BALLO DELLA TERRA – Coraggio, produttori: avanti col vino (buono) in bag in box

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Coraggio, produttori: avanti col vino (buono) in bag in box



Angelo Peretti
Davide Paolini, alias Il Gastronauta, mi ha dato ieri la possibilità di dire la mia, in diretta, su Radio 24, in merito a vini “in cartone”. Sì, insomma, quelli inscatolati in brik o in bag in box. Gliene sono grato.
Il fatto è questo: personalmente, mi piace ritrovare in un vino una freschezza fruttata. Tutte le soluzioni tecniche che permettano di conservare al meglio questa sensazione sono le benvenute. Per questo da tempo insisto perché si estenda anche in Italia l’uso della capsula a vite, ed è battaglia dura, perché ci sono in giro un sacco di pregiudizi, conditi d’insana ignoranza. Per questo non sono parimenti affatto contrario all’utilizzo del bag in box come contenitore per il vino in quantità che superino il litro, mentre non amo i cartoncini stile succo di frutta, ossia i brik.
Non ho dunque nulla in contrario che i vini giovani e quelli già perfettamente affinati vengano commercializzati in bag in box, anzi. Non l’ho mai scritto sinora, ma lo vado dicendo da tempo, e anche in questo caso so che, per quanto concerne l’Italia, s’alzeranno gli strali di chi non vuole o non sa superare, appunto, il pregiudizio.
Unica differenza: vedo la capsula a vite adattissima alla ristorazione o al wine bar, mentre il bag in box è orientato esclusivamente al consumo domestico.
Vengo più in dettaglio al bag in box.
Che cos’ha di positivo?
Ha, l’ho già detto, la prerogativa di garantire quella che ho definito “freschezza fruttata” delle sensazioni organolettiche. Ma questo è poco. Ha anche che viene confezionato con impianti che richiedono altissima tecnologia, e dunque offre considerevoli garanzie sotto il profilo igienico, che non è cosa da poco, anche per garantire la qualità finale del prodotto. Poi, impedisce l’avanzata dell’ossidazione: chiude bene, tiene il vino integro: che volete di più se il vino non è destinato ad essere stivato per anni et annorum in cantina? Ha poi che se non lo finisci non succede niente: riprendi a spinarlo domani. In più, favorisce la convivialità, e per me questa è una prerogativa essenziale del vino, ma di questo riparlo più sotto. Ancora: la confezione è facilmente separabile e quindi interamente riciclabile, e questo, permettetemelo, è una qualità altrettanto importante, per chi “naturale” lo vuol essere davvero, e non solo nell’enunciazione di principi bio-qualcosa nella produzione di vigna e cantina.
Dicevo della convivialità. Questa qui è la più importante chiave di volta del bag in box là dove ha più successo, ossia nei paesi scandinavi. Là, trovarsi a cena fra amici nel lunghissimo inverno settentrionale è una sorta di rito. Ed altrettanto rituale è andare a trovare gli amici portando un vino in bag in box. Si mette la scatola da due o tre litri in mezzo alla tavola e ciascuno spilla la propria parte, conversando e mangiando. Mi ricorda – non se n’abbiano a male gli esteti della tradizione autoctona – una ritualità a me proibita (sono intolerrante all’aglio) della terra piemontese: la bagna cauda. Perché anche questa prevede che la pignatta con la salsa agliato-acciugosa venga messa in mezzo e ciascuno c’intinge le proprie verdure. E favorisce così, da sempre, la compagnia, la chiacchiera, la condivisione. Come il bag in box in Scandinavia.
Per questo gli scandinavi s’aspettano di trovare nei bag in box non anonimi vinelli da quattro soldi, ma bei vini che esprimano personalità e pulizia e piacevolezza. Una sfida, per i paesi di storica consuetidine enoica. Una sfida però da vincere, badando alla sostanza, che è la qualità del vino, e non alla forma, che è il contenitore del vino.
Chiudo dicendo che il bag in box può essere anche carino. In particolare, lo sono i Bib Art che vengono prodotti da una cantina di qualità della Languedoc francese, Chateau Puech-Haut. Funziona grosso modo così: ogni tanto, Gerard Brun, il titolare, mette a disposizione di un pittore una barique, chiedendogli di decorarla, e poi quell’opera viene riprodotta pari pari su delle simil-barrique metalliche da cinque litri, dentro alle quali si mette la sacca di materiale plasticoso (il bag in box, appunto). Tra l’altro, è anche simpatica la formula proposta ai pittori: il contenitore in cambio del contenuto. Ossia: l’artista si porta a casa il vino – tutto – che c’era dentro la barrique che ha impreziosito con l’arte sua. Eppoi, la collezione delle barrique (originali) dipinte viene esposta in mostre itineranti.
Be’, volete che vi dica? A me quelle Bib Art piacciono. Il costo? On line comprate l’ultima edizione intorno ai 30 euro, che magari non è moltissimo, ma non è neppure poco. Alla faccia di chi pensa che nel bag in box ci debba andare il vinello, o qualcosa che comunque finisce con ello. 

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